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Intervista:un incontro con i servizi sociali

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announce_20101217_famigliaCon questo primo articolo, iniziamo il nostro viaggio all’interno del complesso mondo dell’adozione per darne un assaggio a chi avesse deciso di intraprendere questo percorso. Certamente molto materiale è disponibile al riguardo. Noi abbiamo scelto di guardare al lato umano dei servizi, incontrando gli operatori che ogni giorno per lavoro si occupano di questo settore.
La nostra ospite di oggi è Costanza Lerda, assistente sociale presso l’équipe adozioni del Consorzio Socio Assistenziale di Cuneo.

Fontana: Iniziamo con qualche riferimento legislativo
Lerda: La legge nazionale - legge quadro184/83 – esprime il concetto dell’adozione prescrivendo di cercare una famiglia per un bambino e non viceversa. Questo significa che il protagonista è il bambino rispetto ai cui bisogni occorre trovare una risposta adeguata in termini di famiglia. L’art 1 della L.184/83 – Il minore ha diritto di essere educato nell'ambito della propria famiglia – va a confrontarsi con il 95% di famiglie che non riescono ad avere figli e scelgono l’adozione come via per essere genitori. Ecco perchè alle coppie candidate si rivolge la domanda “perché siete qua?”.
La legge quadro ha poi subito delle modifiche, in particolare mediante la L. 476/98 per l’adozione internazionale e la L.149/01 per quella nazionale; naturalmente, le leggi di modifica si inseriscono nel rispetto dei principi fondamentali della legge quadro.

 

Fontana: Quali sono gli enti coinvolti nelle pratiche di adozione?
Lerda: I Tribunali per i minorenni hanno la competenza giuridica e sono almeno uno per regione.
Per l’adozione nazionale si può offrire la propria disponibilità presso qualunque Tribunale per i minorenni dello stato italiano.
Per l’adozione internazionale ci si riferisce al Tribunale per i minorenni sotto la cui giurisdizione cade la residenza della coppia.
A livello locale, le pratiche sono amministrate dalle équipes sovrazonali per le Adozioni che vedono il coinvolgimento degli Enti gestori dei Servizi Sociali (per quanto riguarda gli assistenti sociali) in accordo con le ASL (per la figura professionale degli psicologi). Le équipes rimangono però sotto le direttive specifiche fornite dai Tribunali per i minorenni e dagli Assessorati regionali competenti.
Nel caso delle adozioni internazionali, oltre al Tribunale italiano che fornisce l’idoneità della coppia, dal 1998 è obbligatorio per i candidati genitori rivolgersi ad un ente autorizzato che faccia da tramite tra lo stato italiano e lo stato straniero, quindi la coppia fa il suo percorso con l‘ente.
La Commissione per l’adozione internazionale (CAI), dipendente dalla Presidenza del Consiglio, è l’autorità che gestisce la materia delle adozioni internazionali e dà ai singoli enti l’autorizzazione per esercitare il ruolo di mediazione tra lo stato italiano e gli stati esteri.
Gli enti hanno competenza territoriale, non tutti possono agire su tutta Italia. Si tratta nella quasi totalità dei casi di enti privati; per Piemonte e Liguria esiste l’Agenzia regionale per le Adozioni internazionali (ARAI) della regione Piemonte, convenzionata anche per la Liguria, unico ente pubblico.
Per l’adozione nazionale il Tribunale non emette sentenza di idoneità, ma la valutazione più o meno positiva farà da discriminante per la scelta della coppia da assegnare al bambino.
Per l’adozione internazionale, invece, il Tribunale emette un decreto di idoneità, che sia di garanzia per lo stato straniero; entro un anno dall’emissione di detto provvedimento, la coppia dovrà scegliere l’ente autorizzato e portare avanti così l’iter di adozione.

Fontana: Qual è il ruolo dell’assistente sociale nell’ambito dell’équipe adozione?
Lerda: L’assistente sociale è una figura di raccordo tra il Tribunale per i minorenni e la coppia e lavora con altri specialisti, mai da solo, se non per le pratiche più strettamente amministrative.
Ogni équipe adozioni ha la sua organizzazione, ma in linea generale, l’assistente sociale è coinvolto nelle indagini sociali: garantisce le iniziali informazioni per l’avvio della pratica, svolge l’indagine sociale con la coppia per stilare la prescritta relazione da inviare al Tribunale per i minorenni, fornisce un supporto nell’accompagnamento della coppia dopo l’arrivo del bambino. Nell’organizzazione della Regione Piemonte è il Servizio sociale che ha la responsabilità dell’organizzazione delle équipes Adozioni e quindi cura anche tutta la parte di apertura e chiusura delle pratiche, di tenuta dello schedario e dell’archivio relativo.

Fontana: Dove avviene la valutazione della coppia candidata?
Lerda: Il percorso di conoscenza e di valutazione avviene mediante colloqui presso la sede dell’équipe, indirizzati alla conoscenza dei coniugi coppia e con una visita domiciliare per incontrare la coppia nel suo ambiente di vita, con l’intento di permetterle di “giocare in casa” acquisendo così informazioni che dai colloqui in ufficio non emergerebbero.
Un tempo si ricorreva alla videoregistrazione dei colloqui in ufficio, strumento tecnico che era parso il più idoneo al percorso (svolgendosi l’incontro in presenza di più operatori e per non perdere nulla di quanto riferito dai coniugi). L’esperienza ha dimostrato che l’eventuale disagio che ne derivava veniva comunque superato senza problemi dalla coppia. In ogni caso, attualmente, gli incontri a casa non vengono ripresi e quindi le persone sono messe ulteriormente a loro agio.

Fontana: Quali aspetti valutate della coppia?
Lerda: Per presentare al Tribunale per i minorenni la relazione sociale della coppia che ha dato la disponibilità all’adozione, occorre un’indagine sociale: la coppia racconta la sua storia, le motivazioni che l’hanno spinta ad operare una scelta così importante e dichiara le aspettative che ha nei confronti della famiglia che intende costruire.

Fontana: Che cosa valutate durante gli incontri a domicilio?
Lerda: Gli incontri a domicilio rappresentano una integrazione a quanto è emerso nei colloqui in ufficio: si vede come la coppia accoglie l’estraneo in casa, come i due gestiscono i rapporti tra di loro, come si muovono insieme e singolarmente. Si valuta poi come si presenta la casa, quali e come sono utilizzati gli spazi, come e dove intenderebbero “far posto”, anche fisicamente, al bambino. 
La casa sa raccontare molto delle persone che la abitano. 
Nella mia esperienza posso dire di avere sempre trovato case adeguate, a livello di struttura.

Fontana: L’assistente sociale dunque fa domande anche molto personali.
Lerda: In effetti si indaga nel personale, e qui non ci sono risposte esatte o sbagliate. Si chiedono cose a cui le persone sanno rispondere, ma talvolta sappiamo che tocchiamo tasti “disturbanti”, perché magari si indaga su periodi dolorosi della vita e ne siamo consapevoli. Durante la conversazione, è la coppia stessa a porre dei fermi, a indicarci quali sono i limiti e gli argomenti oltre i quali non possiamo andare. In linea generale però non si trovano grossi ostacoli. Anzi, con alcune coppie la conversazione assume toni intimi fino alla commozione, per entrambe le parti. Ricordo ancora con emozione alcune persone con cui si è stabilito una tale sintonia da far emergere sentimenti profondi di empatia.
A fine istruttoria, quando chiediamo alle coppie di esprimere la loro opinione sul percorso, più della metà afferma che si era immaginata un percorso di valutazione più duro di quanto non sia poi stato in realtà. Anzi, molti ritengono utile e positivo questo momento in cui hanno avuto la possibilità di portare alla condivisione del coniuge cose che non si erano mai detti prima.

Fontana: Le coppie solitamente lamentano la lunghezza del percorso.
Lerda: Siamo coscienti che il percorso è lungo, chi dà la disponibilità rimane – a volte – 4-5 anni in attesa di un bimbo; per le adozioni internazionali l’iter è anche più lungo.
Occorre intanto dire che la risorsa famiglia è più numerosa dei bimbi da collocare.

Fontana: Quali sono le circostanze che fanno sì che un bambino venga dato in adozione?
Lerda: Il sogno della maggior parte delle coppie è quello di avere un bambino molto piccolo, ma questo è piuttosto raro. Infatti, i bambini dichiarati adottabili quasi mai sono abbandonati dai genitori al momento della nascita. Quando ciò accade – minori non riconosciuti alla nascita – si tratta talvolta di bambini di mamme sole, già seguite dai servizi sociali, che vengono lasciati in ospedale. Un numero leggermente più alto invece è quello dei figli di donne sconosciute ai servizi, in genere straniere, comunque con alle spalle storie molto dolorose. 
In questi casi l’operatore sanitario raccoglie le notizie in forma anonima cioè in modo che non risultino i dati anagrafici della donna, ma semplicemente la sua storia. Il bimbo rimane in ospedale per breve tempo, lo stretto necessario per gli accertamenti sanitari, poi va in affido temporaneo e così nel giro di circa 20 giorni dalla nascita è collocato in una famiglia con i requisiti per adottarlo. 
Per la maggior parte dei casi, invece, si tratta di bambini allontanati dalla famiglia naturale in seguito a segnalazioni di abuso o di gravi maltrattamenti o di mancanza delle cure parentali di base. Innanzitutto per questi bambini si cercano soluzioni di aiuto alla famiglia naturale, in modo che il minore possa rimanere con la sua famiglia d’origine, ad esempio offrendo sussidi economici, attivando affidi diurni. Il Tribunale inoltre è tenuto a sentire i parenti entro il quarto grado in modo da individuare nella cerchia familiare eventuali disponibilità ad occuparsi del bambino.
Se tutti questi tentativi falliscono e la famiglia naturale non è ritenuta recuperabile, il Tribunale apre l’adottabilità, cioè il bambino è dichiarato adottabile.
Inizia allora l’affidamento a rischio giuridico di adozione. Il bambino, all’atto dell’allontanamento dalla famiglia viene inserito in una comunità o in una casa famiglia e in seguito viene collocato in affidamento ad una famiglia che possieda già i requisiti per adottarlo, in prospettiva di un percorso che si concluda con la dichiarazione di adottabilità del bambino. In questo periodo al bambino vengono fornite quelle cure che la sua famiglia d’origine non è stata in grado di garantire, in genere neanche negli elementi di base (ad esempio questi bambini possono avere necessità di cure odontoiatriche, taluni non sono mai stati esaminati sul piano della vista, altri presentano ritardi di linguaggio ecc.). 
I provvedimenti di adottabilità del Tribunale per i minorenni possono essere impugnati – entro un tempo stabilito – dalla famiglia naturale del bambino o dai suoi parenti entro il quarto grado. Se la famiglia d’origine vince il ricorso, il bambino ritorna nella sua famiglia. Il provvedimento del Tribunale per i minorenni può essere impugnato in tutti i gradi di giudizio (appello e cassazione).
Inoltre, sempre nel tempo di affidamento a rischio giuridico di adozione, il Tribunale per i minorenni può consentire alla famiglia naturale ancora incontri con il bambino, che avvengono in un luogo neutro, cioè ad esempio presso i servizi sociali, sotto la supervisione di un operatore (la famiglia naturale comunque non può sapere dove è domiciliato il bambino).

Fontana: Certamente per il bambino deve essere difficile passare da una famiglia all’altra.
Lerda: Sì, ma si pone molta attenzione anche su questo versante. L’avvicinamento alla nuova famiglia avviene gradualmente, in base anche all’età del bambino. Ad esempio, gli si racconta la sua storia, magari sotto forma di favola, a seconda della sua età, per aiutarlo ad uscire dal suo nucleo ed entrare in quello nuovo.

Fontana: Dunque, una volta superata la fase di affidamento con rischio giuridico, cosa accade?
Lerda: Se il bambino non è stato reclamato dalla famiglia d’origine o il Tribunale non ha ritenuto opportuno di accoglierne i reclami, la fase successiva è quelladell’affidamento preadottivo: si tratta di un anno di affidamento, periodo in cui si valuta l’effettivo inserimento nel nuovo nucleo.
Un capitolo a parte è rappresentato poi dai bambini con disagio fisico/psichico che ovviamente si va a sommare al disagio sociale. Le coppie disponibili ad accogliere bambini disabili hanno la precedenza nelle istruttorie. Esse sono messe al corrente di tutti i problemi di salute del bambino, oltre ovviamente a quelli di tipo sociale.

Fontana: Come si può ben intuire, le storie dolorose delle coppie non possono lasciare indifferenti gli operatori. Come vi tutelate affinché le emozioni non vi travolgano e vi consentano di svolgere bene il vostro lavoro?
Lerda: Innanzitutto, si deve imparare a misurarsi con questo tipo di lavoro ancora prima di intraprenderlo, già durante gli studi e il tirocinio.
Ci vuole passione, ma nella passione bisogna mettere equilibrio. Personalmente, avevo immaginato che con il passare degli anni avrei man mano svolto il mio lavoro in maggior scioltezza e con più sicurezza. Invece, talvolta è l’opposto: certe cose che ho fatto quando avevo 30 anni oggi non le farei più con la stessa sicurezza.
Pensavo che sarei diventata più coriacea con il passare degli anni, invece non è così. Tuttavia, uscire da un colloquio con il cuore grande e pieno non è di alcuna utilità. È importante infatti saper governare i propri sentimenti e i propri vissuti personali per evitare di compromettere il risultato del proprio lavoro.
In questo senso, fortunatamente, si può contare su una serie di risorse. Innanzitutto il gruppo lavoro. Negli anni, infatti, ho incontrato molti colleghi con cui confrontarmi, sia negli spazi appositamente dedicati come le riunioni d’équipe, sia più informalmente: semplicemente nel momento in cui mi sento a disagio in una determinata situazione, so di poter contare su un collega con cui parlare. 
L’aggiornamento è un altro punto importante perché, oltre a permettere di raccogliere nuove informazioni ed esperienze nella calma dello studio, rappresenta un tempo dedicato alla mente e non alle emergenze e alle situazioni gravi, consentendo così di decantare i sentimenti più burrascosi. 
Inoltre, l’esperienza passata va vista come punto di forza, quando si sa di aver già vissuto situazioni analoghe, di averle superate bene, di aver fatto un buon lavoro: tutto questo dà sicurezza e incoraggiamento sul fatto di poter nuovamente fornire risultati di qualità.


Intervista a cura di Iside Fontana, Vice Presidente dell’Associazione Italiana Endometriosi Onlus tratta da  http://www.endoassoc.it


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