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Noi, la nostra storia

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E’ possibile desiderare una famiglia numerosa se si sa di non poter avere figli, figli biologici? E’ realistico pensare a che nome vorresti dare ai figli che adotterai? E sperare che ti assomiglino, che sorridano in maniera aperta e sincera come la mamma, che abbiano uno sguardo tranquillo e leale come il papà?

Sì, tutto questo non è utopia, è possibile, ma a certe condizioni.

I figli che verranno li devi desiderare. Li devi desiderare così tanto, da superare le difficoltà che ti impone la burocrazia, devi tener duro ai colloqui con una psicologa che ti sembra non abbia compreso nulla di come sei davvero. Devi telefonare, ritelefonare, informarti, accettare porte che ti si chiudono in faccia, rifiuti di associazioni, commenti a dir poco inappropriati, sguardi sospettosi e soprattutto devi imparare ad aspettare. Si aspetta il decreto, si aspetta il corso presso l’associazione, si aspetta che ti chiamino per preparare i documenti, si aspetta che i canali con il paese straniero nel quale hanno deciso di inviarti riaprano, si aspetta l’abbinamento, si aspetta di conoscere questo figlio che ti è cresciuto dentro, non nella pancia, ma nel cuore, non per nove mesi ma per anni. Infine si aspetta la sentenza di un giudice che parla una lingua sconosciuta, magari dura, che ti sembra ostile e poi finalmente si aspetta il giorno in cui il figlio sarà tuo anche di fronte alla legge, perché tuo, tuo davvero, lo è stato dal momento in cui lo hai preso in braccio e lo hai guardato negli occhi.

Li devi desiderare così tanto che devi accettare la possibilità che siano grandicelli e che quindi non sarà opportuno dargli il nome che ti piaceva, ma non succede forse anche a chi i figli li mette al mondo? In meridione spesso il nome dei figli è quello dei nonni.

Devi desiderarli tanto e naturalmente sperare che siano sani, ma se le cose andranno diversamente li saprai accettare e amare anche per i problemi di salute che eventualmente avranno. Non è forse anche questo un altro punto in comune con i genitori biologici?

Il desiderio di maternità e paternità ci appartiene. Il caso sceglie per noi, esattamente come il caso unisce la cellula madre con quella padre.

Noi abbiamo tre figli nati e adottati in Russia. La primogenita ha dieci anni, il secondo ne ha sei. Entrambi sono arrivati in Italia che avevano undici mesi. Il cucciolo della famiglia ha tre anni ed è a casa da poco più di un anno.

Sono tre bambini belli e intelligenti, molto diversi tra loro, che noi amiamo con intensità, commozione e senso di gratitudine infinita alla vita che ci ha permesso di essere i loro genitori.

Diventare genitori ci ha fatto provare un forte senso di espansione: non ci sei solo più tu, c’è qualcuno al tuo fianco, di piccole dimensioni, ma che occupa uno spazio così grande che tu stesso ne benefici. Ti allarghi, sei tanto: quando sei felice sei tanto felice, che quasi non ti sembra vero. Quando sei preoccupato, lo sei fino all’ultima molecola del tuo corpo. Attraverso i nostri figli viviamo più intensamente gioie e dolori, e questa ci pare l’essenza della vita. Le priorità cambiano, la quotidianità viene sconvolta, ma ne sei contento e fiero. Partecipi a un progetto cosmico meraviglioso, tu come mamma, tu come papà.

Non è sempre facile ricordarsi di essere dei genitori adottivi, ma è necessario.

E’ importante perché non si è mai abbastanza preparati alle domande inaspettate che giungono da parte dei tuoi figli, alla curiosità della gente davanti ai bambini, perché a scuola possono crearsi situazioni particolari che vanno  gestite da noi genitori, se le insegnanti non sono preparate. E’ fondamentale ricordarselo, ma viverlo serenamente, e non trasformarlo in un pensiero assillante. L’adozione ci connota come famiglia, così come la religione che ci accompagna nella vita, le scelte politiche che facciamo, il nostro modo di stare al mondo. E’ una nostra caratteristica importante, non l’unica però.

A. S.

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